ANNA
IO STUPRATA
November 18 2003
By ANTONELLA FIORI
Photographs by MARY ELLEN MARK

Il marchio della violenza, sul corpo e sull'anima. La vergogna, la paura. Poi la forza di raccontare tutto. Nei suoi libri, che hanno venduto milioni di copie. Alice Sebold rivela come ha reagito all'orrore. Ed è tornata a vivere. Di Antonella Fiori

Lividi, certo, anche quelli. Ma soprattutto choc. Ferite che non si vedono e non guariscono. Sono le tracce della violenza sessuale. Troppe donne subiscono in silenzio: in Paesi lontani, o a due passi da noi. Se ne parlerà tra qualche giorno: il 25 novembre è la Giornata Internazionale contro la violenza alle donne. Per i centri di volontariato che difendono le donne maltrattate è tempo di bilanci. Sono trascorsi dieci anni dalla dichiarazione dell'ONU che condanna lo stupro e le botte dei mariti alle mogli. E poco è cambiato: la violenza continua. Anche nei Paesi cosiddetti "civili". Per le donne tra i 16 e i 44 anni di tutto il mondo, l'abuso e il maltrattamento in famiglia sono la principale causa di morte e di invalidità. Nella scala femminile delle cause di morte occupano il primo posto: prima del cancro e degli incidenti stradali, delle guerre e della fame. Per non parlare, poi, di altre forme di violenza come la prostituzione e lo sfruttamento. Che fare? Come punto di partenza, per iniziare a riflettere, vi proponiamo la lettura dell'ultimo libro di Alice Sebold. La scrittrice americana è famosa per Amabili resti dove la storia è raccontata, direttamente dal paradiso, da una quattordicenne uccisa dal suo violentatore. Impossibile restare indifferenti: il romanzo ha venduto due milioni di copie negli Stati Uniti (il record per un'esordiente) e6Omila in Italia. Il libro appena uscito, pubblicato come il precedente Ferite indelebili dalla casa editrice e/o, s'intitola Lucky, in italiano "fortunata", e racconta lo stupro subito da Alice Sebold quando aveva 18 anni. Un diario lucido e allucinante dell'episodio, che turba nel profondo. La Sebold oggi vive in California con il marito, lo scrittore Glen David Gold. Ci ha parlato del suo libro e della sua terribile esperienza in un'intervista esclusiva.

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A destra, Amanda, 20 anni: quando ne aveva 17 è stata rinchiusa in un istituto di rieducazione minorile a Chalkville in Alabama, dove alcuni secondini sono stati accusati di violenze sulle detenute.

«Ho ottenuto giustizia in tribunale. Ma dentro mi era rimasta una rabbia tremenda.
Ci sonovo anni esprimerla. E andare avanti»

In Lucky si racconta la storia del suo stupro. Perché "lucky", fortunata?

Il titolo ha vari significati. Dopo lo stupro, la polizia mi ha detto che ero stata fortunata, il che è vero, perché non ero stata uccisa, ma nello stesso tempo non è vero affatto. Spesso si fa questo commento curioso alla vittima di un reato o di un incidente d'auto. Il sottinteso è che le cose potevano andare peggio. Perciò il titolo va inteso alla lettera, ma tenendo presente che questo bisogno umano di dire così non finisce mai di meravigliarmi. In fondo: è proprio vero che sono stata "fortunata"?

Dopo lo stupro, a parte la doccia voluta per il desiderio di lavare via tutto e tornare pulita, che cosa l'ha aiutata a riprendere, contatto con il suo corpo?

Due cose: l'attività fisica, come allenarmi con i pesi in palestra, fare yoga, giocare con il cane o fare giardinaggio nel mio piccolo quadratino dì erbacce. E poi, naturalmente, fare sesso, e farlo bene!

La gente intorno a lei ha reagito in maniera diversa. Suo padre, per esempio, le ha chiesto se avesse fatto il possibile per evitare lo stupro. Crede sia stata una tipica reazione maschile?

No. Alcuni miei amici maschi sono stati molto partecipi, mentre alcune amiche hanno invece avuto un comportamento strano e hanno preso le distanze. Questo è accaduto perché non volevano ammettere che lo stupro potesse entrare anche nella loro vita. Se una persona si illude che un fatto del genere possa capitare a certa gente ma non a lei, allora si sente salva. Ma questo atteggiamento nega l'esperien-
za vissuta dalla vittima e aumenta la sua alienazione. Mio padre all'epoca non riusciva a capire come fosse possibile lasciarsi sopraffare al punto di farsi stuprare senza essere anche consenziente. È stato un periodo difficile per tutti e due, ed è anche per questo che ho deciso dì scriverci un libro.

Sua madre, invece, ha sempre sofferto di attacchi di panico: non riusciva a entrare in un museo o a fare la spesa al supermercato. Quanto questa situazione ha influenzato la sua vita?

Ho avuto una madre incredibilmente paurosa, che vedeva pericoli dietro ogni angolo, e questo avrebbe potuto indurmi a considerare lo stupro una conferma che i suoi timori erano fondati. Ma mi sono rifiutata. È diventato invece un grido d'allarme che mi ha spinto a uscire dalle mie quattro mura per cercare ciò che c'è di buono al mondo. Per stringere rapporti, per provare a fidarmi nonostante quell'esperienza, nel tentativo di incontrare gente con uno stile di vita e un modo di pensare simili al mio.

Lei ha scritto che, dopo la violenza, ha vissuto per un certo periodo con la paura che potesse capitarle di nuovo. E adesso?

È un'ingenuità pensare di essere invulnerabili. Contro lo stupro o la violenza non esistono vaccini. Adesso vivo come la maggior parte delle persone. La sola differenza è che presto ascolto al mio sesto senso e ne tengo conto. Non mi troverete a camminare da sola in un parcheggio sotterraneo dopo la mezzanotte, ma neanche nascosta sotto il letto con
un'ascia in mano. Credo di vivere in maniera intelligente, senza essere perseguitata dall'idea che possa accadere di nuovo.

«La polizia mi ha detto: sei fortunata perché non ti hanno ucciso. Alle vittime tocca sopportare anche commenti come questi»

A un certo punto lei ha deciso di rendere pubblica la sua esperienza, non solo accusando ufficialmente il suo aggressore ma raccontando ad amici e fidanzati quello che le era successo. Quali effetti ha avuto questa sua decisione? In che modo l'ha aiutata o l'ha danneggiata?

Mia sorella era la bambina riservata, io a chiacchierona. Raccontare, insomma, faceva parte del mio carattere. La mia, inoltre, era una famiglia particolarmente chiusa, e ribellarmi a tutto questo mi ha formato già molto prima dello stupro, che ho subito a diciott'anni. Raccontarlo ad amici e fidanzati mi è sembrato un modo molto intelligente di proteggermi. E se mi fosse capitato di andare a letto con uno che sulla questione violenza sessuale faceva il deficiente? Aiuto! Meglio eliminare subito tipi del genere! D'altra parte, non potendo io impedire che la notizia del mio stupro si diffondesse, moltissima gente all'università sapeva già tutto. Così per me era importante essere la prima ad abbordare il discorso. Lo stupro è una pura e semplice esperienza. Orribile, senz'altro, ma perché nasconderla? Forse qualcuno mi vedrà solo come la vittima di uno stupro. Ma posso esercitare un controllo su una realtà del genere? No. Posso aiutare gli altri col fatto di parlarne? Sì. La strada da scegliere fra queste due mi pare chiara

Dopo aver subito una violenza del genere c'è qualcosa che ha perso per sempre o qualcosa che invece ha guadagnato? È ovvio che se avessi avuto scelta, non mi sarei fatta stuprare. Non nutro la romantica convinzione che il mio destino era quello di dimostrare che "non c'è male senza bene". Ma adesso la situazione è questa: sono stata stuprata. E allora, come l'affronto? La mia risposta è: in maniera aperta e diretta. Quel che ci ho guadagnato è facile da immaginare. Se una persona è aperta, si aprono anche gli altri, e in questo modo nascono amicizie e rapporti di grande intimità.


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Per non subire
In basso, Alana, 17 anni: con l'aiuto della madre, è stata la prima a denunciare le violenze che avvenivano nel carcere minorile di Chalkville.

«Alcune amiche mi hanno abbandonata. Non volevano che una cosa così brutta entrasse nel loro mondo>>

Una volta concluso il processo, il fatto di aver ottenuto giustizia ha diminuito la sua rabbia o la rabbia c'è ancora?

lo ho ottenuto una giustizia legale, cosa che le vittime di un reato come quello che ho subito non ottengono quasi mai. Ma anche se per tanto, tanto tempo ho cercato di razionalizzarla, di nasconderla, di coprirla, mi restava dentro una rabbia bestiale. Mi ci sono voluti anni per sentire sul serio la rabbia che avevo in corpo, però alla fine ci sono riuscita e caspita, se è stato bello! Le donne spesso temono di sfogare la propria rabbia, per paura di provocare una catastrofe. Ma è vero il contrario: se la si trattiene, la rabbia ti invade ogni parte della vita. Bisogna dichiararla, capirla, provarla e poi andare avanti.

Image by Elisabeth Deramus
Amore dall'odio
In alto, Tamara, 19 anni, con il figlio avuto da una guardia quando, ancora minorenne, era rinchiusa nel centro di Chalkville.

<<Come proteggersi? Certo non illudendosi che capiti sempre e solo alle altre»

Che cosa può fare una ragazza per evitare questo genere di violenza? Seguire un corso di autodifesa?

L'unico mio consiglio è di non illudersi che un fatto del genere non possa succederle. E poi, semplicemente, di vivere bene. Non si è mai preparati ad affrontare la violenza. Insistere stupidamente a voler corteggiare il pericolo aumenta le possibilità di rischio, è ovvio, ma a parte questo, basta vivere bene. E, aggiungo, ogni tanto darei ascolto a mamma e papà.

Molti casi di stupro e sevizie avvengono fra le mura domestiche, dove sembra anche più difficile trovare aiuto e comprensione. Avrebbe percorso la stessa
strada di denuncia se fosse capitato a lei?

Il trauma dello stupro in seno alla famiglia ha implicazioni talmente smisurate che la denuncia è un passo ancora più grande di quello che ho fatto io. La mia motivazione è stata in parte la voglia di ispirare, di aiutare altre persone a fare altrettanto, pur avendo ben chiaro comunque che ogni storia rappresenta un caso a sé. Ma denunciare o raccontarlo ad altri non significa per forza gridano ai quattro venti: vuoi dire piuttosto non dover restare chiusa in una cella tutta la vita. Ditelo a qualcuno e se quella persona vi respinge, prendete forza da quel rifiuto e ditelo a qualcun altro.

Rifarebbe tutto nello stesso modo?

Sono fiera di come io, diciottenne, mi sono comportata all'epoca nell'aula giudiziaria e fuori. A posteriori, alcuni miei trascorsi alcolici e certi episodi stupefacenti che ho vissuto all'East Village sono un po' imbarazzanti; ma chi non può dire altrettanto parlando dei suoi vent'anni? Spero invece che il mio libro capiti fra le mani di qualche ragazzo o ragazza vittima di uno stupro, o di sua madre, di suo padre, di qualche suo insegnante. Grazie a Lucky potrebbero non sentirsi così soli. E quindi sì, rifarei tutto nello stesso modo, naturalmente andando sempre, sempre avanti!

Ha collaborato Silvia Ferraris

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