D MAGAZINE
LA MIA AMERICA
Estremo, contraddittorio, pieno di differenze. Cosi Mary Ellen Mark vede il suo paese. E lo fotografa, nell'eloquente galleria di ritratti del suo ultimo libro American Odyssey
29 FEBBRAIO 2000
di Antonio Monda
Foto di Mary Ellen Mark

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Amanda e Amy (N. Carolina, '90)

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Damm (Los Angeles, '87)

La prima volta che vedi le sue fotografie, sembra evidente l'influenza di Robert Frank, di Eugene Smith e di Diane Arbus, ma se e lei a discuterne, preferisce parlare di ispirazione, ed e felice di citare anche Irving Penn ed Andre Kertesz. Le sue immagini raccontano un'Americaestrema e dolorosa, che non perde mai l'ottimismo della volonta che ha fatto grande questo paese, ma che non disdegna comunque l'autocritica.

E una donna affascinante, Mary Ellen Mark, che ama la propria terra e che ama ancora di piu fotografarla, ritrovando nelle regioni piu diverse e distanti le suggestioni con cui ha saputo raccontare, in anni e anni di viaggi e di lavoro, l'umanita sofferente dell'India – da Falkland road: Prostitutes of Bombay, 1981 allo straordinario viaggio coi carrozzoni dei nomadi attraverso il subcontinente in Indian Circus - o grandi personalita, come Madre Teresa di Calcutta (reportage da cuie nato un altro libro, nel 1985).
 
Partendo dagli scatti ai ragazzi di strada di Seattle, il marito Martin Bell ha trovato l'ispirazione nel 1985 per Streetwise, film che fu anche candidato al premio Oscar. Nelle foto raccolte in American Odyssey, il volume piurecente dell'artista americana, che abbraccia lavori che vanno dal 1963 al 1999 (e che sara anche una mostra, in primavera, al Philadelphia Museum of Art) si riconoscono le possibilita di infiniti altri film, capaci di raccontare le storie di ragazze precocemente madri, di donne che non accettano di invecchiare, di travestiti che esibiscono con orgoglio la propria diversita o, ancora, di malati di mente che fissano l'obiettivo con sguardo indagatore. Perche Mary Ellen Mark ai suoi soggetti strappa l'anima per incorniciarla in una foto. Riesce, come solo i grandi artisti sanno fare, a costruire un rapporto profondo con chi sta dall'altra parte dell'obiettivo, forse usando quella particolare sensibilita che molte donne mostrano di possedere, in quest'arte.

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Etta James e Strappy (California, '97)

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E. Simmons per Halloween (Bronx,'93)

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Mike e Chris Magoffi (Arizona, '95)

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Marito e moglie (Kentucky, '71)

Di questa sua capacita di penetrare nella vita dei suoi "personaggi", Ellen si e servita spesso e magistralmente, ma mai e stato cosi difficile come per realizzare Ward 81, uno dei suoi primi lavori. Erano i primi anni '70, e la sua carriera era ancora agli inizi, ma Milos Forman, che aveva gia capito che la ragazza aveva stoffa, l'aveva accettata sul set del suo film Qualcuno volo sul nido del cuculo. Fu cosi che un famoso psichiatra dell'Oregon aiuto Mark ad entrare nel Ward 81, la sezione femminile di massima sicurezza in cui erano rinchiuse le pazienti piumalate. "Ci ho messo dei mesi per farmi accettare, per costruirmi ai loro occhi una credibilita come donna e come artista. Ma e stata un'esperienza utile e fondamentale per tutto il resto della mia carriera", scrive Mary Ellen nella prefazione ad American Odyssey.

Nell'introduzione al suo libro c'e anche una poesia di Maya Angelou che recita: "Sono a conoscenza delle differenze della famiglia umana/ cerchiamo il successo in Finlandia, siamo nati e moriamo nel Maine/siamo simili piu di quanto siamo diversi".

Ho avuto modo di conoscere e fotografare Maya Angelou, e quando il mio editore, Melissa Harris, mi ha fatto leggere questa sua poesia, ho capito che rappresentava esattamente quello che volevo comunicare con il libro. Sono versi che amo infinitamente, e spero che le mie foto rappresentino in maniera ugualmente efficace il senso di famiglia umana.

L'IDEA é SOPRATTUTTO QUELLA DELL'APPARTENENZA: QUESTA TERRA NELLA QUALE SCATTO FOTO DA QUANDO ERO BAMBINA, E LA MIA CASA. ED E UN POSTO DOVE SO CHE TORNERO SEMPRE

Ma lei, in questo reportage, parla esclusivamente di America.

In effetti le foto, con quello che raccontano, non potrebbero che essere americane. Tuttavia ci sono elementi che sono, a mio avviso, condivisibili. Proprio nel tentativo di rendere espressivamente avvincente il rapporto tra "americanita" e "universalita" ho costruito la scommessa piu ambiziosa e difficile del libro.

Perche chiamarlo Odissea Americana?

La scelta del titolo e stata difficilissima. Cercavo qualcosa che catturasse l'essenza delle mie foto e della mia ricerca all'interno di un paese in cui sono nata e che ho girato in lungo e in largo. Inun primo momento avevo pensato ad American Journey (Viaggio Americano), poi ho optato per Odissea.

Una parola che porta con se l'idea di ritorno a casa.

Soprattutto di patria, di appartenenza. L'America e l'unico posto nel quale so che tornero, sempre.

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Spencer e Skyler Szbkowsky, (Ohio, 1998)

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Lucky Cargo, ballerino professionista (Miami, 1993)

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Rodeo clown (Texas, 1991)

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Diamond Settles (Bronx, 1993)

In Tropico del Cancro, Henry Miller ha scritto: "Non esiste l'America: e un nome che si da a un'idea astratta".

E una provocazione, ma c'e della verita. Molte volte l'America e quello che vogliamo, sogniamo e temiamo che essa sia. Ma a mio avviso ci sono molte Americhe, in America. É uno degli elementi piu affascinanti di questo paese: nonostante le apparenze e una terra estrema anche nelle sue differenze. Non mi riferisco soltanto al melting pot: provi a pensare quanto e distante un “americano medio" di Miami o dei sobborghi di Phoenix da uno di New York. Da un punto di vista fotografico, ho trovato qualcosa di simile solo in india (l'altro continente che conosce come le sue tasche, ndr). Mi rendo conto che puo apparire un paragone ardito per un europeo, ma continuo a credere che chi non e nato in questo paese a volte fatichi ad accorgersi delle enormi differenze, non solo geografiche, che esistono da noi.

Un elemento comune a molte sue fotografie e la solitudine.

Parlerei soprattutto di isolamento, una sensazione che e una costante, nel mio lavoro. Ogni artista si sente spesso solo.

In una delle sue foto piu inquietanti lei ha ritratto membri del Ku Klux
Klan.

Quando ho scattato quella foto temevo di subire una reazione violenta o infastidita. E sul principio e stato cosi, loro sentivano che non condividevo i loro ideali. Invece dopo, con il passare delle ore, mi sono trovata perfino invitata a cena dai membri della setta. Poi ho capito: cercavano di utilizzare il mio lavoro come una forma perversa di pubblicita. Per loro e importante dimostrare che non hanno alcuna vergogna, anzi che vanno assolutamente fieri delle loro convinzioni.

Si ha l'impressione che lei cerchi la purezza in situazioni di impurita.

E un'altra mia ambizione. Ho imparato che era possibile dalle bambine che si prostituivano per le strade di Bombay.

(Le foto sono dell'agenzia G. Neri)

END