INTERNAZIONALE
LUNGA VITA AL GANGE
UN SANTO-INGEGNERE INDIANO E UNO SCIENZIATO CALIFORNIANO CERCANO DI SALVARE IL FIUME SACRO DELL'INDIA
3 APRILE 1998
By ALEXANDER STILLE, THE NEW YORKER, STATI UNITI.
IN COPERTINA UNA FOTOGRAFIA DI MARY ELLEN MARK (LIBRARY/GRAZIA NERI); FOTOGRAFIE DI RAGHU RAI (MAGNUM/CONTRASTO)


cover: 300M-049-010

POCO DOPO L'ALBA, VEER BHADRA MISHRA, UN BRAMINO DALLE CHIOME ARGENTEE CHE IN-dossa il dhoti, il tradizionale perizoma degli indù, scende lentamente e con movimenti rigidi, come ha fatto quasi tutti i giorni per cinquantotto anni, la lunga e ripida gradinata che dal suo tempio, nella città di Varanasi, conduce alle rive del Gange. Attorno a lui, lungo un tratto di fiume di sette chilometri dominato da maestosi templi in rovina, palazzi e ashram, si snoda l'andirivieni incessante della vita quotidiana in India. Decine di migliaia di persone si bagnano nel più sacro dei fiumi indiani immergendosi all'altezza degli ottanta ghat, le gradinate che dai templi scendono all'acqua.

Asceti dalla barba bianca levano in alto le braccia scarne per salutare il dio del sole; massaie vestite di sari variopinti lanciano ghirlande di calendule alla Madre Gange, la dea del fiume; adolescenti dalle nudità appena coperte da un panno eseguono piegamenti e altri esercizi ginnici prima di lavarsi; bambini nudi sguazzano nell'acqua; intere famiglie, deposti i propri morti sui
ghat destinati alle cremazioni, li bruciano e ne spargono le ceneri sul fiume.

La forza di queste tradizioni, alcune delle quali risalgono a tremila anni fa, cioè alla fondazione di varanasi (meglio nota col nome di Benares), la città più santa dell'India, attrae Mishra al fiume, anche se una recente frattura a un femore rende dolorosi i suoi movimenti. Ma in questa giornata dei primi di marzo, Mishra rimane sulla sponda, sia a causa del freddo pungente sia della sporcizia dell'acqua, piena di scoli di fogna non trattati, di scorie umane e industriali, dei resti carbonizzati dei cadaveri e di carcasse di animali. Normalmente Mishra si sforza di fare cinque abluzioni complete: il numero cinque è di buon augurio, spiega. Ma anche quando sta bene si tappa il naso mentre immerge la testa, e l'acqua del fiume non la beve più.

"Nel mio cuore ci sono conflitto e turbamento", dice Mishra. "Voglio compiere la mia abluzione sacra. Ne ho bisogno per vivere. Per me la giornata non comincia senza le abluzioni. Ma allo stesso tempo, so che cos'è il fabbiso gno biochimico di ossigeno (fbo) e so che cosa sono i coliformi fecali". Si riferisce a due degli indici usati per misurare l'inquinamento delle acque.

Per Mishra questo conflitto del cuore è particolarmente aspro perché ha una duplice, complessa identità: è infatti il mahant, cioè il capo, del tempio Sankat Mochan, uno dei più importanti di Varanasi, ma è anche docente di ingegneria idraulica alla Benares Hindu University.

Come indù osservante, Mishra considerai! Gange una dea: un fiume che, in virtù delle sue origini divine, è puro e purifica tutti i fedeli che vi si immergono. Come i musulmani fanno voto di visitare la Mecca, ogni buon indù sogna di recarsi a Varanasi e di bagnarsi nel Gange almeno una volta nella vita. Si dice che una goccia d'acqua del Gange, trasportata dal vento a centinaia di chilometri di distanza, cadendoti sulla guancia basti a purificare i peccati di tutta una vita. Ogni indù, alla propria morte, aspira a far disperdere le sue ceneri lungo il Gange, e morire a Varanasi è considerata una grande fortuna, perché si crede che da qui l'anima salga direttamente in cielo.

Come scienziato, però, Mishra non può ignorare quel che sa riguardo alle condizioni dell'acqua del fiume. Del complesso del tempio, che si innalza alle sue spalle, fa parte un modernissimo laboratorio dove, in speciali incubatrici, vengono effettuate colture di batteri che servono a misurare il livello di agenti patogeni in vari punti del corso del fiume. Qui a Varanasi è stata fatta la conta dei coliformi fecali, e si sa che in alcuni punti raggiunge centosettanta milioni di batteri per cento millilitri d'acqua, un livello trecentoquaranta volte maggiore - la cifra è terrificante - di quello giudicato accettabile, cioè cinquecento batteri per cento millilitri.

Attualmente nel bacino del Gange e dei suoi affluenti vivono circa cinquecento milioni di persone, vale a dire uno su dodici abitanti del mondo. Centoquattordici città scaricano i liquami non trattati nel fiume, che nasce sull'Himalaya, in Nepal, scorre per 2.700 chilometri attraversando l'India e il Bangladesh, e si getta nel golfo del Bengala all'altezza di Calcutta. Non c'è da stupirsi, dunque, se le malattie trasmesse dall'acqua - epatite, dissenteria amebica, tifo e colera - mietono molte vittime, e fra l'altro sono responsabili della morte di oltre due milioni di bambini indiani ogni anno. Quel che turba in particolar modo, di queste cifre, è il fatto che sono state rilevate al termine di un progetto di risanamento promosso dal governo e chiamato Ganga Action Plan, il cui fallimento è riconosciuto praticamente da tutti, anche a livello governativo. Ora le autorità si stanno preparando alla seconda fase del piano, e Mishra, per impedire loro di ripetere gli stessi errori, ha proposto un nuovo progetto per salvare il fiume.

Salvare il futuro dell'India
La battaglia per salvare il Gange non riguarda soltanto il futuro ambientale del fiume: è molto di più. Se il Gange è un simbolo dell'India, il suo risanamento costituisce una verifica delle condizioni del paese a cinquant'anni dalla conquista dell'indipendenza, e il suo esito potrà forse dare una risposta ad alcuni interrogativi di fondo circa il suo futuro. L'India, come altri paesi del Terzo mondo, riuscirà ad affrontare e risolvere i suoi problemi, oppure precipiterà in una spaventosa contesa malthusiana attorno a risorse naturali sempre più limitate? Saprà trovare modi creativi per tutelare la ricchezza delle sue tradizioni culturali, o finirà per omologarsi anch'essa alla nuova economia globale? I suoi antichi rituali, fra cui il bagno nelle acque del Gange, riusciranno a sopravvivere al nuovo secolo? Varanasi è una delle città più antiche del mondo che siano state abitate in modo continuativo, e risale alla stessa epoca delle dinastie dell'antico Egitto o della Mesopotamia. Ma mentre oggi nessuno compie più sacrifici a Ra, il dio egizio del sole, né a Baa!, a Varanasi circa sessantamila devoti fanno ogni giorno le sacre abluzioni nel Gange e accendono falò lungo le sue sponde per onorare Shiva, il dio che, secondo la credenza, avrebbe trattenuto il fiume fra le ciocche aggrovigliate dei suoi capelli mentre dal cielo scendeva sulla Terra.

"La gente che ancora conserva questa fede, questo rapporto vivo con il fiume, va considerata come una specie minacciata", dice Mishra in tono appassionato. "Se si possono salvare gli uccelli, se si possono salvare le piante, cerchiamo di salvare questa specie di persone proteggendo per loro un'acqua sacra".

Biomassa e santità
In quanto mahant del tempio Sankat Mochan, Mishra stesso rappresenta un anello vivente nella catena di una delle tradizioni più amate di Varanasi. E infatti l'erede spirituale di un santo indù assai venerato, Tulsi Das, che nel Sedicesimo secolo scrisse una famosa versione hindi del Ramayana, uno dei principali testi sacri dell'induismo, originalmente redatto in sanscrito
Mahantji, come quasi tutti lo conoscono a Varanasi (in hindi il suffisso -ji denota affetto e rispetto) vive con la sua famiglia in una casa costruita a suo tempo da Tulsi Das, che si affaccia sul Gange e dà direttamente sul ghat che da lui prende il nome, Tulsi Ghat. Inca sa sono custoditi un manoscritto originale del Ramayana tradotto da Tulsi Das e un paio di sandali di legno del santo La carica di mahant che Mishra occupa attualmente, e che nella sua famiglia è stata tramandata di padre in figlio per molte generazioni, gli conferisce una condizione semidivina agli occhi dei seguaci del santo. Mentre Mishra parla di biomassa e biogas, un flusso incessante di fedeli si ferma a toccargli i piedi, gesto che in India è tradizionalmente segno di rispetto.

Ma Mishra vive questa condizione con leggerezza. E uomo di una cortesia squisita e di un. calore sincero, senza il ha indù Mishra considera il Gange una dea. Da scienziato non può ignorare ciò che sa delle condizioni dell'acqua minimo tratto di arroganza o di autocompiacimento. Ha un bel volto abbronzato, occhi marrone scuro, una bella testa di capelli bianchi con una ciocca nera al centro e baffi grigi. Se la parte inferiore del corpo si muove lentamente e a fatica per via del femore rotto, il suo volto è assai mobile ed espressivo, come ad avvalorare la credenza indù secondo cui il corpo non è che l'imperfetto contenitore del ben più nobile spirito. E facile al sorriso eride molto, non di rado di se stesso. Fa battute sulla «sala del trono», il nomignolo scherzoso che i suoi amici occidentali hanno affibbiato a una stanza dove riceve gli ospiti. In realtà si tratta di un ambiente decorato senza ostentazione e situato al piano terra della casa, dove il mahant siede a gambe incrociate o appoggiato a un cuscino su di una vasta piattaforma di legno coperta da materassi. Quasi invariabilmente, Mishra indossa solo un dhoti azzurro - un unico pezzo di tela di cotone avvolto attorno alla vita che gli copre le spalle a mo' di toga - e per lo più cammina a piedi scalzi. L'unica eccezione è quando va a fare lezione all'università: in quelle occasioni mette un paio di mocassini e un abito marrone di taglio occidentale, in cui ha l'aria di stare alquanto a disagio.

Un partner improbabile
Nel 1982, quando parlava del degrado del fiume già da anni, Mishra ha dato vita, insieme con altri due ingegneri dell'Università indù di Varanasi, alla fondazione Sankat Mochan, un'organizzazione privata di laici, dedita al risanamento del Gange. Ciò facendo, Mishra si è allontanato dal tradizionale ruolo religioso del mahant ed è entrato in contatto con uomini politici di Nuova Delhi, con funzionari del Dipartimento di Stato americano e con ambientalisti e scienziati del mondo intero. Superando le critiche e persino il ridicolo di cui è stato fatto oggetto da parte di altri indù di Varanasi, è andato fino a Sydney, a New York e a San Francisco per partecipare a conferenze sulle risorse idriche e studiare tecnologie alternative per il trattamento dei rifiuti. Come tutta l'India alla vigilia del terzo millennio, anche Mishra, al fine di preservare le tradizioni indù cui è profondamente attaccato, si sforza di assimilare quanto di meglio offre l'Occidente.

Nel suo tentativo di risanare il Gange, il mahant ha al suo fianco un partner apparentemente improbabile: William Oswald, professore emerito di ingegneria all'Università di Berkeley in California, un settantottenne dai capelli grigi con due orecchie da elefante, due apparecchi acustici, un sorriso sbarazzino e un gran senso dell'umorismo. Quando ha sentito dire che, secondo la credenza indù, chi muore a Varanasi va dritto filato in paradiso, Oswald ha commentato: "Se fa il bagno in quell'acqua, ci arriva anche prima».

A far incontrare Mishra e Oswald è stato Friends of the Ganges [Amici del Gange], un gruppo ambientalista che ha sede a San Francisco e che da tempo lavora a stretto contatto con la fondazione Sankat Mochan per cercare una soluzione ai problemi di Varanasi causati dall'inquinamento idrico.

II Michael Jordan delle alghe
Oswald è il pioniere di una tecnica per lo smaltimento dei rifiuti urbani che con una battuta si potrebbe definire "ritorno al futuro», e prende il nome di advanced integrated wastewater pond systems [sistemi integrati e avanzati distagai per le acque di scolo]. Secondo questa tecnica, le acque di scolo vengono trattate in una serie di stagni opportunamente progettati e popolati di alghe, in cui le scorie si decompongono in modo naturale per l'effetto combinato della fermentazione promossa dai microbi e della fotosintesi. I batteri presenti nei diversi stagni si nutrono delle acque di scolo e, ciò facendo, le scompongono nei loro elementi costitutivi: carbonio, azoto, idrogeno, ossigeno. Gli stagni contengono anche alghe, che assimilano queste sostanze nutrienti e via via che la biomassa verde aumenta, la fotosintesi produce ossigeno. In fatto di produzione di ossigeno, le alghe sono gli organismi più efficienti del pianeta, dato che forniscono oltre una volta e mezza il loro peso in ossigeno e sono la principale fonte di ossigeno atmosferico nell'aria che respiriamo. L'ossigeno prodotto dalle alghe alimenta gli organismi biologici che abitano le acque di laghi e fiumi: i pesci si nutrono delle alghe e respirano l'ossigeno da esse prodotto e anche i batteri utilizzano l'ossigeno per svolgere il processo di decomposizione; il tutto avviene nel quadro di un ciclo di creazione e degrado che si autoalimenta.

Oswald è per le alghe ciò che Michael Jordan è per la pallacanestro. La prima volta che ci siamo incontrati, a Nuova Delhi, si è scusato in anticipo per il fatto che non avrebbe tenuto a mente il mio nome: "Sa, per ogni nuovo nome di persona che imparo a memoria, dimentico il nome di un'alga". A suo avviso le alghe sono fra i grandi eroi misconosciuti del pianeta. Alghe e batteri intrattengono un rapporto simbiotico capace di effetti miracolosi, come trasformare scorie tossiche o portatrici di malattie in ossigeno, quindi in nuovi organismi viventi, quindi in proteine preziose per il sostentamento di altre forme di vita.

Il sistema di Oswald è tutt'altro che una fantasia partorita dalla mente di un utopista fissato con l'ambiente. Prima dell'era degli impianti di trattamento meccanico, gli stagni erano uno dei sistemi principali per smaltire le acque di scolo. Sono molto meno dispendiosi e ripuliscono le acque di scolo molto più a fondo; in genere, però, richiedono una maggiore estensione di terreno. Di conseguenza, negli ultimi decenni molte grandi città degli Stati Uniti sono passate agli impianti meccanizzati, e così il sistema degli stagni è rimasto circoscritto ai piccoli centri: attualmente, negli Usa, vengono utilizzati in settemilacinquecento cittadine.

II sistema degli stagni
Oswald ha consacrato la sua vita a ideare un sistema di stagni più efficiente di quello naturale, cioè in grado di smaltire le scorie in modo più rapido e senza bisogno di molto spazio. E ha inventato un sistema che per mezzo della forza di gravità e di ruote a pale spinge l'acqua attraverso una serie di stagni collegati fra loro, ciascuno dotato di un suo ambiente particolarmente idoneo a un tipo specifico di trattamento dei rifiuti. I primi stagni della serie sono molto profondi: impedendo che vi penetrino i raggi del sole si crea un ambiente buio e quindi privo d'ossigeno, in cui le scorie solide più pesanti vengono decomposte da batteri anaerobi. Invece il secondo gruppo è composto da stagni poco profondi, in modo che tutta l'acqua venga esposta alla luce solare, che incoraggia la moltiplicazione delle alghe tramite la fotosintesi ed elimina i batteri dannosi. Il terzo gruppo è di nuovo formato da stagni profondi in cui l'acqua è ferma, in modo che le alghe possano depositarsi ed essere facilmente raccolte per servire da mangime per maiali o polli, oppure vengano lasciate nell'acqua per allevare pesci. Nell'ultimo stadio del sistema, l'acqua passa in grandi stagni simili a serbatoi, dai quali verrà poi attinta e riutilizzata per irrigare i campi.

Questa tecnica è ideale per le condizioni dell'India, una delle cui risorse naturali più abbondanti è proprio la luce del sole, ed è quanto mai significativo che la chiave scientifica alla soluzione dei problemi di Varanasi, una delle città più antiche dell'India, venga proprio da una delle forme di vita più antiche e anche più semplici: le alghe.

Nel 1994 Mishra si è recato nella California settentrionale a visitare tre sistemi di stagni realizzati da Oswald. Nel 1996 c'è andato anche Earl Kessler, funzionario dell'Aid, l'ente per lo sviluppo internazionale che fa capo al Dipartimento di Stato americano. Kessler è rimasto così colpito da ciò che ha visto da commissionare a Oswald e alla fondazione Sankat
Mochan di Mishra uno studio di fattibilità per la realizzazione di un sistema simile a Varanasi. Oswald e il suo socio Bailey Green, tin mio conoscente, avevano messo in programma di recarsi in India nella primavera del 1997 per cornpletare lo studio e cercare di ottenere l'appoggio del governo indiano al programma; e cos'i ho deciso di accompagnarli.

Quando siamo arrivati in India, Mishra e due dei suoi più stretti collaboratori alla fondazione hanno consegnato ai due ingegneri americani una mappa topografica della zona in cui avrebbero dovuto essere costruiti gli stagni, completa di scrupolose indicazioni relative all'altimetria e alla composizione del terreno. Il progetto di Oswald e Green prevedeva un sistema di trentadue stagni da costruire nel letto prosciugato di un canale del Gange all'altezza dell'isolotto di Dhab, a valle di Varanasi. I due hanno spiegato la mappa sul tavolo di una pensione che affaccia su un prato erboso, dove erano stati eretti una tenda variopinta e un palcoscenico adorno di festoni di Calendule per l'annuale festival di dhrupad-la più antica forma di musica classica indiana - che la fondazione aveva organizzato a partire da quella stessa sera.

Mentre studiavano la mappa, Oswald cercava di prevedere ogni possibile intoppo nella realizzazione del progetto degli stagni che, se fosse andato a buon fine, sarebbe stato il più grande della sua carriera. «Sei sicuro che la quota di settantacinque metri sopra il livello del mare sia sufficiente per il monsone?", ha chiesto. Negli ultimi trent'anni, Oswald ha visto fallire molti ambiziosi progetti di trattamento delle acque di scolo per mezzo di stagni, avviati in molte parti del Terzo mondo, a causa di una miriade di problemi tecnici, politici e finanziari. Ma stavolta, finalmente, dopo quindici anni di lavoro, il mahant appariva ben deciso a non permettere che i soliti spinosi problemi ostacolassero il corso del progetto. "Dimostreremo che il sistema ideato dal professor Oswald può funzionare persino in India", ha detto Mishra con fare grandioso. "Guardi che non voglio fare l'eroe", ha risposto Oswald pragmatico, "voglio solo avere ragione".

Le forme di inquinamento
Fuori, i musicisti cominciavano ad accordare gli strumenti, e la conversazione sulla composizione del terreno nel punto previsto per la costruzione degli stagni è proseguita fino alle sei e mezza del mattino al suono dolce e monotono dei sitar. Più tardi, mentre giacevamo a letto sotto le zanzariere, che fossimo svegli o addormentati, i nostri pensieri si intrecciavano con antichi raga.

Il pomeriggio seguente, a bordo di una barca, ci siamo messi in viaggio lungo il Gange per andare a fare un sopralluogo sul punto dove sarebbero stati scavati gli stagni. Eravamo quasi venti, a bordo di un'imbarcazione di legno lunga, piatta e malconcia, con un motore che andava a singhiozzo e alcuni teli tesi sopra le nostre teste per proteggerci dal sole di mezzogiorno. Oltre a noi semplici visitatori e al mahant, gli altri passeggeri erano per lo più volontari della zona di Varanasi, devoti frequentatori del tempio che donavano un po' del loro tempo alla campagna per il risanamento del Gange. La fondazione, infatti, non può permettersi che due dipendenti stabili: il laboratorio è stato allestito con l'aiuto della sezione svedese di Friends of the Ganges e una delle domestiche di Mishra fa anche da assistente di laboratorio.

Dal momento che il Tulsi Ghat si trova all'estremità meridionale della città di Varanasi, per raggiungere la nostra destinazione a bordo di quella lentissima imbarcazione abbiamo attraversato tutta la città. I ghat sorgono dall'acqua in modo spettacolare, e le gradinate sono tanto ripide da costituire anche una specie di doppio osservatorio: dall'alto dei ghat si scorge l'attività che si svolge giù sul fiume, mentre chi passa sul fiume in barca vede che cosa accade su in alto.

Sebbene Varanasi sia il principale centro di studio e di cultura indù del paese, lungo il fiume sono rappresentate quasi tutte le religioni e le regioni dell'India. C'è un ghat riservato agli asceti della setta Dandhi Panth e uno che conduce a un tempio circondato da sculture erotiche nepalesi. Ci sono ghat a forma di pagoda che ricordano il sud dell'India e ghat simili a fortezze che fanno venire in mente la conquista del nord da parte dei Moghul. Alcuni sono vecchi e costruiti con pietra scura color di terra; altri sono fatti di modernissimo cemento armato e sono dipinti di bianco, di giallo, di rosa, di rosso o di verde.

Oltre ad assistere a tante pratiche religiose diverse, navigando lungo il Gange si possono osservare le più varie forme di inquinamento. Ci sono ghat dove mandrie di bufali d'acqua vengono a rinfrescarsi nel fiume, altri dove le lavandaie risciacquano i panni sulla sponda, mentre un arcobaleno di sari colorati si asciuga sui gradini. L'induismo comprende numerosi rituali di igiene e di purificazione, fra cui il divieto - oggi largamente ignorato - di usare il sapone nel Gange.

Dopo qualche minuto di navigazione siamo passati lentamente accanto al primo dei ghat adibiti alle cremazioni. A tutte le ore del giorno e della notte, le pire funebri ardono sulle sponde mentre i parenti dello scomparso pregano girando attorno al fuoco. Una volta consumata tutta la legna, i resti del defunto vengono consegnati al fiume affinché cominci il loro viaggio verso l'aldilà; ma può accadere che il cadavere non sia completamente consumato dalle fiamme. In media a Varanasi, sulle rive del Gange, si svolgono ogni anno quarantamila funerali tradizionali. Inoltre, ogni anno vengono gettati nel fiume circa tremila altri cadaveri, quelli di persone troppo povere per permettersi un funerale, più novemila carcasse di animali. Nel quadro del cosiddetto Ganga Action Plan, promosso dal governo, alcuni anni fa a Varanasi sono state liberate nel fiume circa ventinovemila tartarughe acquatiche, nella speranza che consumassero eventuali pezzi di cadavere in decomposizione. Ma attualmente l'allevamento di tartarughe è deserto e nel fiume non ve n'è traccia: molti sospettano che siano state uccise per essere mangiate.

Sommersi dalle fogne
In ogni caso, il piano di risanamento del governo prevedeva la costruzione di un crematorio elettrico presso uno dei due ghat principali riservati alle cremazioni, al fine di ridurre l'inquinamento prodotto dai riti funebri tradizionali. A quanto pare il programma sta funzionando, visto che le file davanti all'edificio in mattoni del crematono sono molto più lunghe di quelle per acquistare legna da ardere. Secondo Mishra è un esempio della grande adattabilità dell'India: "I motivi sono economici", spiega. "Oggi, un funerale tradizionale costa dalle millecinquecento alle duemila rupie, mentre la tariffa del crematorio elettrico è di settanta rupie".

Ma la fonte principale dell'inquinamento di Varanasi non sono le diverse forme di vita tradizionale indiana che si osservano lungo le sponde del Gange, come le pire funebri, i bufali d'acqua, le lavandaie. A guardare con attenzione, anche nei pressi dei ghat dove ci si bagna si scorgono grosse tubazioni che scaricano i liquami direttamente nel flume. La rete fognaria della città, costruita dagli inglesi nel 1917, è sottoposta a un carico di gran lunga superiore al la sua capacità. Ancora cinquant'anni fa Varanasi contava appena centocinquantamila abitanti; oggi la popolazione ha raggiunto un milione e quattrocentomila persone e continua ad aumentare.

Dopo esserci lasciati alle spalle Varanasi, abbiamo raggiunto il punto in cui il fiume Varuna si getta nel Gange. Qui la superficie dell'acqua ribolliva come una zuppa che cuoce a fuoco lento: erano le acque di scolo non trattate che producevano metano. Quasi un chilometro e mezzo più a monte, lungo il corso del Varuna, c'è una colossale stazione di pompaggio nuova di zecca, che dovrebbe convogliare i liquami di Varanasi in un enorme impianto di trattamento situato qualche chilometro più a valle. Ma questo impianto riesce a smaltire soltanto una frazione dei duecento milioni di litri di acque di scolo che la città produce quotidianamente; esse vengono pompate appena per qualche centinaio di metri, e il grosso viene scaricato dentro il Varuna, da dove ritorna dritto dritto nel Gange.

Recentemente il governo centrale di Nuova Delhi ha speso circa centocinquanta milioni di dollari per costruire lungo il Gange alcuni impianti di tipo occidentale per il trattamento delle acque di scolo, come quello a cui siamo appena passati accanto. Ma sono particolarmente inadatti alle condizioni ambientali dell'India: come prima cosa, sono ad alimentazione elettrica, e quando va via la corrente - cosa che in molte città indiane accade più volte al giorno - smettono di funzionare. Per giunta, durante la stagione dei monsoni vanno in sovraccarico e quindi si fermano. Ma anche quando funzionano, mandarli avanti è talmente costoso e difficile che molte città dichiarano di non poterseli più permettere.

A Varanasi le acque di scolo dalle fognature rigurgitano nei gabinetti delle case, oppure formano fetide pozzanghere nei cortili e nelle strade. Circa un anno fa gli abitanti sono giunti a un tale punto di esasperazione da costringere un ingegnere idrico al servizio del comune a restare in piedi per ore in una di quelle pozzanghere per studiare a fondo il problema.

Dopo aver sostenuto per decenni questo genere di progetti ad alto contenuto tecnologico e costosissimi, il Dipartimento di Stato americano si è fatto promotore delle cosiddette "tecnologie sostenibili", vale a dire di progetti come gli stagni di depurazione di Oswald, che costano meno, usano meno corrente elettrica e, con un minimo di addestramento, possono essere gestiti anche dagli abitanti locali. Il sistema di stagni ideato per Varanasi costerà, secondo le stime, dai dieci ai sedici milioni di dollari, contro i venticinque spesi per l'impianto di trattamento meccanico, che tra l'altro è molto meno efficiente.

La festa per gli stagni
Anche se per raggiungere l'isola di Dhab basta scendere il corso del fiume solo per circa dieci miglia, a coprire quella distanza ci abbiamo messo quasi cinque ore perché la nostra imbarcazione continuava a finire in secca. A ogni nuova fermata i passeggeri che scendevano a spingere la barca erano sempre più numerosi, e a bordo ne restavano sempre meno. Il piccolo contingente di occidentali era tutto intento a calcolare le probabilità di prendersi qualche atroce malattia tropicale, se fosse stato costretto a effettuare un'imprevista immersione sacra per raggiungere la riva.

Lungo quasi tutto il suo corso, il Gange supera di rado la larghezza di un miglio, ma durante i mesi asciutti che precedono il monsone estivo le sue acque diventano poco profonde. In questi ultimi anni il problema si è aggravato perché si è diffusa l'abitudine di deviare le acque del fiume per irrigare le colture. Durante il viaggio abbiamo visto più volte grossi tubi che aspiravano l'acqua del Gange e la convogliavano verso i campi, anche a una certa distanza. L'India, pur ospitando ben il venti per cento della popolazione mondiale, ha soltanto il quattro per cento delle risorse mondiali di acqua dolce. Con una popolazione prossima al miliardo di persone, fra non molto soppianterà la Cina in testa alla classifica dei paesi più popolosi, e il suo futuro sviluppo potrebbe recare con sé la prospettiva di immani carestie. Già oggi circa trecento milioni di abitanti dell'India sono "a rischio alimentare", vale a dire che un monsone particolarmente disastroso potrebbe farli morire di fame.

Durante il nostro tragitto a singhiozzo sulle acque basse del Gange, mentre meditavo sulla prospettiva di un'apocalisse ecologica, abbiamo udito in lontananza il suono di una banda di ottoni. Una folla numerosa si era raccolta sulle sponde dell'isola di Dhab, e sebbene fosse quasi il tramonto e quella gente fosse in attesa dal pomeriggio, l'arrivo dei rappresentanti della fondazione Sankat Mochan e dei loro ospiti occidentali è stato salutato come un vero trionfo, con musica e grida di giubilo.

Dhab è una delle tante sacche dell'India rurale che sono rimaste tagliate fuori dallo sviluppo di questi cinquant'anni. E priva di corrente elettrica e non ha un ponte che la colleghi tutto l'anno alla terraferma. Lunga circa venti chilometri, ha una popolazione di quarantamila persone e una conformazione geografica bizzarra: durante la stagione delle piogge è un'isola vera e propria, mentre nel resto dell'anno è una piccola propaggine della terraferma.

Una responsabilità morale
Con il passare dei secoli, il corso del Gange si è gradualmente spostato a sudest, lasciando scoperto una specie di canale a nord dell'isola: nei mesi asciutti è possibile attraversarlo, ma durante l'estate viene inondato. Questo ampio segmento di quello che un tempo era il letto del fiume è una distesa sabbiosa e sterile, dove non ci sono strade. E qui che la fondazione Sankat Mochan vorrebbe costruire il suo sistema di stagni peril trattamento delle acque di scarico. Il progetto prevede anche la costruzione di tre grandi arterie che, passando sugli argini fra uno stagno e l'altro, colleghino Dhab alla terra ferma. Sotto queste tre strade dovrebbero passare i cavi elettrici che con la loro scintilla riunirebbero finalmente gli abitanti di Dhab al resto del mondo.

Circondati da gente che gridava "salute agli dei!", abbiamo risalito le spon-
de del fiume, dove si accalcava una folla in ansiosa attesa, che agitava stendardi dipinti e reggeva sulle braccia una massa di ghirlande di fiori accuratamente intrecciate da metterci intorno al collo. Da lì abbiamo proceduto lentamente, a bordo di auto inviate dalla fondazione, fermandoci a ogni piccolo villaggio per un nuovo festeggiamento. E ogni volta, ecco la banda, ecco gli striscioni dipinti e interi baldacchini di calendule. A ciascuna fermata le madri ci mandavano incontro i bambini a toccarci i piedi, a metterci le ghirlande al collo e a recitare preghiere. Era ormai buio quando siamo finalmente arrivati all'ultima fermata, dove si è svolto il grosso dei festeggiamenti. Qui siamo stati invitati a mangiare un appiccicoso dolce all'arancia e a bere tè al limone. Il mahant e i maggiorenti eletti dei vari villaggi hanno letto una dichiarazione in cui la popolazione del luogo proclamava il suo appoggio al progetto degli stagni di Oswald. Il documento terminava con il fervido auspicio che quella buona azione potesse recare mukhtie bhukti, cioè la redenzione nell'aldilà e la felicità su questa terra.

Quell'aspettativa, quella speranza che si avvertiva sull'isola, quella fede cieca nel fatto che il progetto degli stagniavrebbe istantaneamente cambiato in meglio la vita della gente, erano commoventi, ma al tempo stesso facevano riflettere. Se da una parte è fondato il timore per l'omologazione che si rischia quando anche il più remoto avamposto si collega alla rete mondiale, il desiderio degli abitanti di Dhab di entrare finalmente a far parte del vasto mondo è tangibile e fortissimo. In una notte chiara, gli abitanti di certi villaggi dell'isola riescono a scorgere, in lontananza, le luci di un cantiere ferroviario. Se ne stanno lì a contemplare quello scintillante simbolo del mondo di cui anelano a far parte; il mondo delle luci, degli attrezzi elettrici, delle apparecchiature moderne e, naturalmente, della televisione.

"Ora abbiamo una grandissima responsabilità morale", ha commentato il mahant quando, fra le acclamazioni e i saluti, siamo ripartiti alla volta di Varanasi.

Usare le pressioni politiche
Il giorno dopo il nostro ritorno dall'isola, Mishra ha ricevuto una telefonata da un deputato che rappresenta Varanasi al Parlamento di Nuova Delhi: voleva sapere com'era andato il viaggio. Evidentemente, la gente di Dhab era talmente delusa dagli uomini politici tradizionali che si rifiutava persino di riceverli. Insomma, senza saperlo il mahant aveva trovato una piccola miniera d'oro politica: un gruppo molto unito di circa venticinquemila elettori altamente motivati. E così, inopinatamente Mishra si è trovato a esercitare un notevole potere, ma in quel ruolo non si sentiva a suo agio. "La nostra non è un'organizzazione politica, e ancora non mi è chiaro che cosa dobbiamo fare con questi consensi», mi ha spiegato un giorno mentre sedevamo nella sala del trono affacciata sul Gange.

Eppure, forse l'unico modo per realizzare il progetto degli stagni è proprio usare - con molto giudizio, s'intende - le pressioni politiche. "Dobbiamo trovare un modo più efficace per influenzare i politici e far pesare i consensi che abbiamo raccolto», ha detto Mishra. Fino a oggi, quanto è stato fatto sul piano politico sembra dare i suoi frutti. La fondazione è riuscita a ottenere l'appoggio sia del governo centrale di Nuova Delhi che delle autorità municipali di Varanasi. L'ultimo ostacolo che ancora si frappone alla costruzione degli stagni è rappresentato dal governo dello Stato dell'Uttar Pradesh. Intanto, malgrado la frenetica attività di progettazione, di organizzazione e di contatti politici, la vita a Tulsi Ghat continuava come se fossimo in un villaggio medievale dentro la città. I devoti si accalcavano a tutte le ore presso uno dei tanti templi a forma di pagoda situati nel cortile, intenti ai loro rituali religiosi. Studenti di sanscrito passavano a salutare mentre si recavano alla scuola gestita dal tempio. Dietro la casa di Mishra, in una sorta di arena coperta da un tetto di lamiera, ogni mattina i giovani praticavano una forma tradizionale di lotta libera indù, mentre le vacche sacre vagavano nei pressi e le capre entravano continuamente nei templi per brucare i fiori offerti dai fedeli alle divinità.

Mentre quella vita scandita da rituali si svolgeva lenta e solenne come il Gange, l'attività della fondazione Sankat Mochan proseguiva frenetica, ritmata dal fischio stridulo del fax. Mishra faceva continuamente la spola fra i due mondi, e nonostante le lunghe riunioni trovava anche il tempo di assolvere i suoi doveri religiosi, dal bagno sacro all'alba alle cerimonie serali
al tempio, che talvolta si protraevano fino a mezzanotte. Nel frattempo, sono riuscito ad avere con lui una serie di conversazioni circa il suo duplice ruolo di santone e di ambientalista, ma anche sulla curiosa combinazione di scienza e induismo che lo caratterizza. "Neanche nelle mie fantasie più sfrenate avrei mai pensato che mi sarebbe successa una cosa del genere", ha detto una volta il mahant, scoppiando a ridere. Nulla di quanto aveva fatto nella prima parte della sua vita lo aveva preparato a un'esistenza dedita alla scienza e alla politica. "Mio padre e mio nonno ricevettero un'educazione tradizionale, che comprendeva lo studio del sanscrito, la lotta libera e la musica", spiega. "Non c'era alcun motivo di allontanarsi da quella via". Nel 1952 SUO
padre è morto, e Mishra, appena quattordicenne, si è trovato a dover ricoprire la carica di mahant. Il suo destino sembrava segnato una volta per tutte: «Da quel momento in poi, c'è sempre stata una certa distanza fra me e gli altri", racconta in tono mesto. "A causa del rispetto tradizionalmente dovuto al mahant, persino i vecchi venivano a toccarmi i piedi in segno di omaggio; non c'era nessuna interazione personale. Conducevo una vita molto protetta".

Il Campo e l'Asceta
E invece, giunto all'età di diciassette anni, Mishra ha compiuto una scelta radicale e senza precedenti: si è iscritto all'Università indù di Varanasi. "Non so perché l'ho fatto", spiega alzando la voce con un moto di perplessità sincera. "Sono stato il primo della famiglia a frequentare l'università". Dal momento in cui si è iscritto, il suo percorso è diventato ancor più inconsueto; ha infatti cominciato a seguire i corsi di scienze. "Perché abbia studiato fisica, chimica e matematica, non lo so proprio. Come non so perché mi sia laureato in ingegneria civile e mi sia specializzato in idraulica. Adesso, però, capisco che dietro tutto questo c'era un disegno divino".

Non si conoscono altri casi di persone che, come Mishra, coniughino la vocazione di mahant e la professione di ingegnere civile; eppure, la sua esperienza mi sembra sintomatica di questa incredibile capacità che ha l'India direstare fedele alla sua cultura a dispetto delle innumerevoli invasioni straniere, assimilando tutti i nuovi influssi, da quelli dei persiani e dei conquistatori islamici Moghul fino alla partenza degli inglesi nel 1947. Nel suo ultimo libro intitolato Snakes and Ladders [Serpenti e scale], la scrittrice indiana Gita Mehta narra una vicenda che ben riassume questa caratteristica della cultura indiana.

La storia racconta che in India vivevano due uomini considerati santi fra i santi: uno era detto l'Asceta duro come il diamante, l'altro il Campo dell'esperienza. Una volta, l'Asceta duro come il diamante sfidò il suo rivale a duello per dimostrare che il più santo dei due era lui. Sopportando innumerevoli privazioni, diceva, mi sono indurito al punto che puoi colpirmi con una spada d'acciaio. E difatti, la spada dell'avversario gli scivolò addosso senza ferirlo. Quando a sua volta la impugnò contro il Campo dell'esperienza, la spada lo trapassò semplicemente da parte a parte. A quel punto, l'Asceta ammise che il più santo dei due era l'altro.

Il Campo dell'esperienza è l'India, che all'apparenza non offre resistenza, ma in realtà è impenetrabile. Altre società tradizionali, come quelle della Cina, della Birmania e di altri paesi assoggettati alle leggi dell'islam più rigoroso, si conservano rendendosi impermeabili al mondo esterno, ma non appena cominciano ad aprirsi rischianodi diventare molto vulnerabili. L'India, al contrario, è una società apertissima, che attraverso i secoli ha sopportato il giogo di numerosi eserciti: eppure è riuscita, in misura notevolissima, a restare se stessa.

"Tutte queste cose", dice Mishra, "la tv via satellite o Internet, ormai fanno parte della realtà, che ci piaccia o no. Sono mezzi", prosegue, "mezzi che si possono usare in modi bellissimi. È come cavalcare un leone: devi avere la forza di domano, altrimenti ti mangia". E proprio con questo spirito, la fondazione Sankat Mochan è stata, sembra, la prima organizzazione di Varanasi a fare richiesta di un indirizzo di posta elettronica e di un collegamento a Internet.

La tv sull'altare
Tuttavia, l'atteggiamento di estrema apertura all'esterno non ha minimamente intaccato, almeno fino a oggi, l'intensa religiosità del paese. Gli indiani hanno adattato in misura notevole le nuove tecnologie alle loro usanze tradizionali. Quando la tv indiana ha mandato in onda una versione cinematografica del Ramayana, molte famiglie indiane hanno sistemato il televisore sull'altare domestico davanti al quale svolgono le loro pratiche di culto. Certo qualcuno potrebbe scandalizzarsi, ma quelle persone non si sono messe a venerare il televisore, hanno continuato ad adorare le stesse divinità. A Varanasi, la sera in cui si celebra l'anniversario del matrimonio fra gli dei Shiva e Parvati, ho visto numerosi templi di Shiva adorni di elaborate decorazioni fatte con luci elettriche lampeggianti, che si accendevano e si spegnevano al ritmo incalzante di una disco music che è stata battezzata "indi-pop". All'occhio occidentale, quei templi, costruiti attorno ad antichi simboli fallici e addobbati come l'ingresso dei night club di Las Vegas, avevano un aspetto sacrilego e surreale, ma tanti semplici cittadini indiani visi accalcavano in devota venerazione, esattamente come avrebbero fatto una generazione fa o mille anni orsono.

"Io penso che quel leone in India verrà domato!", ha esclamato Mishra con una risata di grande soddisfazione, quando gli ho descritto il tempio indipop.

Il, mahant è fermamente convinto che scienza e religione debbano darsi la mano se si vuole salvare il Gange. A suo modo di vedere, l'impostazione occidentale fondata sul timore di una possibile catastrofe ecologica non può funzionare. «Se vai da gente che ha un rapporto vivo e personale con Ganga e gli dici: 'Ganga è inquinata, l'acqua è sporca', quelli ti rispondono: 'Piantala di dire cose del genere. Ganga non è inquinata. Stai insultando il fiume'. Ma se dici: 'Ganga è nostra madre. Guardate che cosa viene gettato sul corpo di vostra madre: acqua di fogna e immondizie. Dobbiamo forse tollerare che il corpo di nostra madre venga imbrattato dalle fogne?', la reazione sarà completamente diversa. Ora, questa energia può essere indirizzata verso scopi utili".

A sentire Mishra, comunque stiano le cose non c'è necessariamente contraddizione fra il mitologico e lo scientifico. Anzi, la pratica di utilizzare le metafore della mitologia indù al fine di creare una nuova etica ambientalista è ormai diffusa in tutta l'India. Persino certe pubblicazioni non religiose, come India Today, parlando della necessità di tutelare l'ambiente per evitare
che il paesaggio indiano venga devastato, si richiamano all'amore del dio Krishna per la foresta.

"La campagna Clean the Ganges", dice Mishra, «ha dato un significato alla mia educazione religiosa e alla mia formazione scientifica. Se non avessi posseduto entrambe, probabilmente non avrei fatto quello che sto facendo". E conclude con queste parole: "Lavita è un torrente. Uno degli argini è rappresentato dai Veda (i più antichi testi dell'induismo, scritti in sanscrito), l'altro è il mondo contemporaneo, fatto di scienza e tecnologia. Se gli argini non saranno solidi, l'acqua si disperderà. Ma se entrambi saranno solidi, il fiume seguirà il suo corso". (M.A.)

END