L'Espresso
Vite da circo
Gli acrobati indiani. Un bordello.  Il set di Fellini. Il mondo negli scatti di Mary Ellen Mark
June 28th 2005
By Caracciolo Falck
Photographs by Mary Ellen Mark

Quando ha dovuto scegliere le 134 immagini, tutte in bianco e nero, che compongono il suo ultimo libro "Exposure. The iconic pictures", appena pubblicato da Phaidon (288 pagine, in vendita a 79,95 euro), la fotografa Mary Ellen Mark, classe 1940, si è trovata davanti a un dilemma quasi esistenziale. Perché ognuna di quelle migliaia di foto, conservate nello studio di Soho a New York, rappresentava per lei un pezzo di vita. A partire dai primi scatti, catturati più di quarant' anni fa quando, appena laureata in Storia dell'arte alla University of Pennsylvania, vinse una borsa di studio e partì per la Turchia. Per iniziare quella carriera che, attraverso reportage per lo più a sfondo sociale, l'ha portata a essere una delle più ammirate fotografe del nostro tempo. In questi anni i suoi servizi sono apparsi sulle riviste più prestigiose d'America, da "Vanity Fair," al "New Yorker", per il quale lavora dal 2003. E lei non ha mai smesso di girare il mondo alla ricerca di spunti. «Per questo scegliere é stato difficile», racconta al telefono da New York, dove è appena tornata dopo essere stata chiamata per un reportage in Marocco. Sul set dell' ultimo film di Alejandro Gonzales, il regista del discusso film "Amores perros": «Mio marito, le mie assistenti ed io abbiamo lavorato due anni per una prima scrematura», continua Mark. Al termine di questo periodo Mary Ellen si è trovata con circa 1.000 foto. Troppe per un libro che doveva rappresentare il sunto del suo lavoro. Così si é rimessa all' opera. Come rac­conta a "L’espresso".

Cosa voleva raccontare con questo libro?
«Io non mi ritengo una vera fotogiornalista. Amo più le immagini singole che le sequenze. Per far sì che una sola immagine racconti una storia devi scegliere qual­cosa di forte. Un' immagine capace di parlare da sola. Nei giro di qualche mese siamo riusciti a far scendere il numero a 134. In certi casi si tratta di scatti già pubblicati, altre volte sono foto mai viste. Ho cercato di selezionare almeno un lavoro dei reportage più importanti».

Quali sono stati?
Nella mia vita professionale ho fotografato situazioni diverse. Per anni ho lavorato in India. Poi negli Stati Uniti. A volte ho avuto a che fare con storie drammatiche, a volte allegre. Paragonarle è difficile. Uno dei lavori che mi ha segnato di più è stato quando, nel 1987, ho raccontato la vita di una famiglia di senzatetto che viveva in una macchina. Ho trascorso con loro diverso tempo. È stata una situazione difficile da gestire».

In questi anni lei si è occupata di molte situazioni delicate, dal reportage sul reparto di massima sicurezza dell'Oregon State Mental Hospital negli anni Settanta al celebre servizio sulle prostitute nei bordeili di Falkland road a Bombay. Dopo aver trascorso tanto tempo in ambienti drammatici, com'è tornare alla vita normale?
«Ogni volta è più complicato. Perché quando lavori entri davvero dentro un mondo. Uscirne diventa difficile. Storie di questo tipo ti prosciugano l'anima».

Quale foto, invece, le ha dato più allegria?
«Mi sono divertita moltissimo con il circo in India. "Life magazine" mi dedicò un grande servizio. Erano immagini buffe e poetiche al tempo stesso. Un altro lavoro che è rimasto impresso nella mia memoria è quello sul set di "Satyricon" di Federico Fellini. Era il 1969, avevo iniziato a lavorare da poco e mi venne accordato il permesso di andare a vedere.

Com'era Fellini al lavoro?
«Straordinanio. Credo che quell' incontro mi abbia segnato più di qualsiasi altra cosa. Da lui ho imparato a guardare le cose in maniera diversa. Aveva una personalità indescrivibile. Sia come artista che umanamente».

E adesso quali sono i suoi prossimi progetti?
«Non lo so, non so mai cosa andrò a fotografare il giorno dopo. Ascolto quello che la gente mi racconta. E quando un dettaglio mi colpisce parto».


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Dall' alto: Ram Prakash Singh con elefante; "Happy new year"; una contorsionista.



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