LA REPUBBLICA DELLE DONNE
UN PESCE DI NOME TIM
FILM‑EVENTO
Torna I' eccentrico Tim Burton che in Big Fish mette in scena un circo felliniano della memoria, con nani, giganti e streghe. Partendo dai racconti fantastici di un padre, tanto amato e poco conosciuto
October 2003
By Silvia Bizio
Photographs by Mary Ellen Mark

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L' eccentrico regista Tim Burton con due delle buffe creature che vedrete in Big Fish. Negli Usa il film è attesissimo: sarà uno dei kolossal di Natale.


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Danny De Vito, mezzo nano e direttore di circo alla Barnum, accanto al "suo" gigante Matthew McGory; nella pagina a destra Ewan Mcgregor.

In genere sono i figli che raccontano ai genitori storie assurde: e se invertissimo l'equazione?». È Tim Burton stesso a porre la domanda, come premessa del suo nuovo film, Big Fish. Lo stravagante Burton, autore di Sleepy Hollow, Edward mani di forbice, Nightmare before Christmas, Ed Wood, e dei primi due Batman, festeggia infatti col cinema la nascita del suo primo figlio, avuto il 4 ottobre a Londra dalia sua compagna, l'attrice Helena Bonham Carter, non a caso fra i protagonisti di Big Fish.  E Burton, 45 anni, californiano di nascita ed estro, ha festeggiato a modo suo, con un film tra il romantico e il fantastico, il comico e il tragico, che ruota attorno al difficile rapporto tra un padre e un figlio. Un piccolo capolavoro di cinema dell' aneddoto e della memoria, con echi "felliniani", che si preannuncia l' evento della stagione natalizia (negli Usa esce il 12/12), destinato, secondo molti, a concorrere agli Oscar.  Tratto dall' omonimo romanzo del 1998 di Daniel Wallace, pubblicato da poco in Italia da Tropea, Big Fish nasce dagli esagerati racconti di un uomo (Albert Finney) che nemmeno la prossimità della morte (è malato terminale di cancro) dissuade dal raccontare enormità sui fatti e i misfatti della propria vita. II figlio di questi, un giornalista (Billy Crudup), ritorna di malavoglia a casa per accudire il padre, e ascoltare ancora una volta le mirabolanti fandonie sulla sua giovinezza. Quelle storie assurde lo hanno sempre riempito di imbarazzo e confusione: non è mai riuscito a capire davvero il padre. Ma, per un' ultima volta, il figlio compie uno sforzo di ricostruzione della sfuggente vita di questo strano personaggio, passando al setaccio una serie di miti e leggende, confrontandoli con ció che egli sa per certo e arrivando finalmente a capire la grandezza e i fallimenti del vecchio. E, forse, imparando ad amarlo.

“È un film che toccherà profondamente chiunque abbia perduto un genitore senza prima avere il tempo di confrontarsi con lui”, dice l' attore Ewan Mc Gregor, che interpreta il personaggio di Finney da giovane nei flashback illustrativi dei "mitici" racconti.


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Helena Bonham Carter, “strega" di Big Fish: moglie del regista Tim Burton, dal 4 ottobre è anche la madre del suo unico figlio.

Il film spazia da un'ambientazione contemporanea a un passato indefinito, toccato meno dai ritmi della Storia che da uno spiccato gusto per il grottesco e l'affabulazione. Cosí, ecco il padre (nelle sembianze di McGregor, che vanta una curiosa somiglianza con Finney da giovane) mentre racconta di quella volta in cui si unì a un circo, con un direttore mezzo nano alla P.T. Barnum (Danny De Vito), o di quell' altra in cui viaggiò con un gigante di quasi tre metri che si mangiava le pecore (Matthew McGory). O ancora di quando andò alla ricerca di una strega (la Banham Carter), per poi trovarsi in una città in cui tutti stanno a piedi nudi, o la volta in cui venne paracadutato in Corea. E così via...

Per certi versi il film evoca Forrest Gump, con innesti di provincialismo gotico alla Velluto Blu, sudismi alla Pomo­dori verdi fritti e fantasy alla Beetlejuice, uno dei primi film di Burton. Nelle storie del padre morente incontriamo personaggi fantastici (Steve Buscemi è tra i piú sorprendenti), luoghi esistenti solo in una vivida immaginazione e un pesce davvero grande, quello del titolo. Ruolo fondamentale nelle pseudo‑memorie è quello della moglie, interpretata da Jessica Lange (Alison Lohman nel ruolo da giovane), che McGregor seduce con una cascata di campanelle.

«Al centro della storia c'è la confusione del figlio, spiazzato dall' inclinazione del padre per il racconto”, dice Burton. «E il film, in sostanza, è un'ode al racconto». Un racconto dove il dramma familiare si confonde col grand guignol.

La sceneggiatura, scritta da John Au­gust, era passata tra le mani di Steven Spielberg, prima di approdare in quelle più avventurose di Tim Burton. Il quale, sul set, ricordava, come sempre, la figura dello scienziato pazzo: vestito di nero e bordeaux, suoi colori preferiti, i capetti arruffati, gli occhiali dalla montatura enorme con le lenti blu. Sembrava la caricatura di se stesso fatta da Al Hirschfeld. Parlava rapido, gesticolava con frenesía, poi rallentava, s' interrompeva senza finire la frase. Spesso concludeva i concetti abbassando il capo fin quasi a toccare la fronte col tavolo. E rimanendo così qualche attimo, per poi, all' improvviso, rinvenire.

Viene da domandarsi come un simile personaggio sia in grado di gestire le operazioni "militari" consuete sul set di una grossa produzione, cosa che ha fatto due anni fa dirigendo il remake di Il pianeta delle scimmie.  Mai farsi ingannare dalle apparenze: Burton è un work‑aholic, un lavorodipendente, con profonde conoscenze delle dinamiche cinematografiche. E anche un ammi­nistratore attento delle finanze. Da regista, sente un genuino affetto per gli attori. Dice il veterano Finney: «Per lui è importante che gli interpreti siano soddisfatti del proprio lavoro, è disposto a fare ciak su ciak se un attore lo chiede.  I suoi set sono veramente democratici, arricchiti dalla sua immaginazione, da processi di pensiero che schizzano ovunque, prendendo le direzioni piú imprevedibili. La creatività è la cifra del suo lavoro».

«Per godersi questo film, le sue storie, bisogna portarsi al cinema la propria immaginazione», conclude Burton. «E ora che sono padre, mi chiedo cosa penserà mio figlio quando sarà grande. Mi chiedo se, per capire qualcosa di me, dovrá andare a vedere i miei film».
(Foto della ag. G. Neri)

[side caption]Dice il regista Burton: È un racconto dove il dramma familiare si confonde col
grand guignol. Ma per goderselo davvero, bisogna portare al cinema tutta la propria immaginazione


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Tra i personaggi del bizzarro “circo" di Burton, ci sono anche due gemelle siamesi.




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