SPECCHIO DELLA STAMPA
CINA, TI SFIDO PER IL DALAI LAMA
March 28, 1998
Lawrence Grobel
Mary Ellen Mark

Cover image
227B-002-014

FINO AI PRIMI ANNI OTTANTA ERA NOTO SOPRATTUTTO COME RAGAZZO CHE PIACEVA MOLTO ALLE DONNE: ALLE FAN DEI SUOI FILM E ANCHE ALLE STREPITOSE BELLEZZE CON CUI VENIVA FOTOGRAFATO OGNI SERA. Poi QUALCOSA E CAMBIATO. ALL'INIZIO DEL DECENNIO PASSATO ALLA STORIA PER IL TRIONFO DELL'EGO E DELL'EDONISMO, GERE FU PRESENTATO AL DALAI LAMA. E COMINCIÒ A STUDIARE CON METODO LA VERSIONE TIBETANA DEL BUDDISMO.


227B-036-002
SEX SYMBOL MA NON SOLO Richard Gere, nella pagina a fianco, è nato a Syracuse nello Stato di New York nel l949. È divorziato dalla modella Cindy Crawford. A giugno lo vedremo nel film L'angolo rosso, denuncia del sistema giudiziario in Cina.

La sua presa di posizione politica più clamorosa nel 1993: alla cerimonia degli Oscar, messa cantata dell'industria cinematografica americana, Gere chiese al mondo di aiutare i tibetani nella loro lotta contro l'oppressione della Cina. Molte delle sue energie vanno a finire lì: nella Tibet House di New York, una sua creatura, e nella Fondazione che porta il suo nome, impegnata in molte campagne civili. Ma gli resta ancora abbastanza forza per parlare qui con me, alle ore piccole del mattino, delle cose che nella vita gli stanno a cuore. Per esempio del suo ultimo film, L'angolo rosso (sottotitolo per l'edizione italiana: Colpevole fino o prova contraria).

Se la prenderà il governo di Pechino?
«Immagino proprio di sì».

Il soggetto l'ha attratta perché è una dura condanna del sistema giudiziario cinese?
«Quando l'ho letto è stata la primi cosa che ha messo in moto la mia immaginazione. Soprattutto una battuta del copione: "Non voglio più star zitto". Non è facile che una società si renda conto di poter rompere il silenzio. E il sistema politico cinese, con le sue chiusure e i suoi rigori, da questo punto di vista funziona benissimo. Oliai è la situazione a otto anni dal massacro di piazza Tienanmen? C'era un grande movimento popolare e ora non è rimasto neppure un dissidente: tutti morti, in galera o in esilio».

Quali sono state le conseguenze del suo appello peril Tibet agli Oscar 1993?
«Quelli dell'Academy non mi hanno più invitato. Sono stato bandito».

Ma se la richiamassero terrebbe un altro discorso del genere?
«Ci può giurare. È stato un episodio estremamente utile e positivo: ai tibetani non è sembrato vero che qualcuno parlasse del loro dramma a una platea così vasta».

Eppure, paradossalmente, sono stati i cinesi a invitarla alla loro cerimonia degli Oscar.
«È vero. Qualche mese dopo esser stato escluso dagli Oscar mi hanno chiamato dall'Istituto cinese di cinematografia per invitarmi alla cerimonia di consegna dei Galli d'oro. Sulle prime ho pensato a uno scherzo o a un goffo tentativo d'intimidazione, poi ho fatto una telefonata di controllo al Dipartimento di Stato e ho scopetto che era tutto vero. Gli ho spiegato che sarei partito soltanto se mi avessero fatto andare anche in Tibet. Dopo un certo numero di intoppi diplomatici hanno accettato, e finalmente sono salito su quell'aereo. In Cina ho tenuto qualche conferenza stampa, ripetendo le cose che ho sempre detto sul Tibet. Ho visto un pa' di Cina e molto Tibet, ma non sono più stato invitato. Chissà cosa diavolo c'era sotto».

PER SAPERNE DI PIU
Le opere dei Dalai Lama sono pubblicate in Italia daSperling& Kupfen La libertà nell'esilio [309 pagine, 16 mila lire] e, sopra. La mia tetra la mia gente [240 pagine, 28 mila 500 lire, con una prefimone di Melissa Mathison Ford].



227B-006-001
CINEMA E MEDITAZIONE
Qui accanto, Rkha Ger Il suo ultimo film uscito nelle sale italiane è Lo sciacallo, con Bruce Willis. È amico personale del Dalai Lama, oltre che anima della «Rlchard Gere Foundation»e «padre» della Tibet House di New York

Ha mai parlato di questi argomenti con il presidente Clinton?
«Prima di essere eletto mi aveva fatto sapere che il Tibet e l'Aids, cioè i problemi che mi stanno più a cuore, lo preoccupavano molto. La Cina, diceva, era una sua priorità assoluta. Per questo ho partecipato alla sua campagna elettorale, tenendo anche dei comizi. Ma poi è diventato presidente e, a quanto pare, non glien'è più importato molto. Neanche dell'Aids: aveva assicurato agli americani che era in cima alla sua agenda, che avrebbe promosso il «progetto Manhattan". Non ha fatto niente. Ora la mia fiducia va a Patrick Moynihan, un uomo genuino che non ha paura delle battaglie difficili. E che osserva con molta attenzione la situazione tibetana».

Le hanno mai proposto di entrare in politica?
«No!» (scoppia a ridere).

Pensa che un buddista praticante potrebbe mai diventare presidente degli Stati Uniti?
«Per come vedo il mio Paese in questo momento, credo che il più adatto a diventare presidente sia un ex‑tossicodipendente, un attore o un musicista, gente che nella vita le ha provate tutte, che si è tolta tutte le voglie e che non è più soggetta alle tentazioni. Va a finire che ci governa gente di pessimo livello».

END