specchio della stampa
CINA, TI SFIDO PERIL DALAI LAMA
28 MARZO 1998
By LAWRENCE GROBEL
Photographs by MARY ELLEN MARK

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COVER

FINO Al PRIMI ANNI OTTANTA ERA NOTO SOPRATTUTTO COME RAGAZZO CHE PIACEVA MOLTO ALLE DONNE: ALLE FAN DEI SUOI FILM E ANCHE ALLE STREPITOSE BELLEZZE CON CUI VENIVA FOTOGRAFATO OGNI SERA. POI QUALCOSA E CAMBIATO. ALL'INIZIO DEL DECENNIO PASSATO ALLA STORIA PER IL TRIONFO DELL'EGO E DELL'EDONISMO, GERE FU PRESENTATO AL DALAI LAMA. E COMINCIÒ A STUDIARE CON METODO LA VERSIONE TIBETANA DEL BUDDISMO.

La sua presa di posizione politica più clamorosa nel 1993: alla cerimonia degli Oscar, messa cantata dell'industria cinematografica americana, Gera chiese al mondo di aiutare i tibetani nella loro lotta contro l'oppressione della Cina. Molte delle sue energie vanno a finire li: nella Tibet House di New York, una sua creatura, e nella Fondazione che porta il suo nome, impegnata in molte campagne civili. Ma gli resta ancora abbastanza forza per parlare qui
con me, alle ore piccole del mattino, delle cose che nella vita gli stanno a cuore. Per esempio del suo ultimo film, L'angolo rosso (sottotitolo per l'edizione italiana: Colpevole fino a prova contraria).

Se la prenderà il governo di Pechino?

«Immagino proprio di si».

Il soggetto l'ha attratta perché è una dura condanna del sistema giudiziario cinese?

«Quando l'ho letto è stata la prima cosa che ha messo in moto la mia immaginazione. Soprattutto una battuta del copione: "Non voglio più star zitto". Non è facile che una società si renda conto di poter rompere il silenzio. E il sistema politico cinese, con le sue chiusure e i suoi rigori, da questo punto di vista funziona benissimo. Qual è la situazione a otto anni dal massacro di piazza Tienanmen? C'era un grande movimento popolare e ora non è rimasto
neppure un dissidente: tutti morti, in galera o. in esilio».

Quali sono state le conseguenze del suo appello per il Tibet agli Oscar 1993?

«Quelli dell'Academy non mi hanno più invitato. Sono stato bandito».


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SEX SYMBOL MA NON SOLO Richard Gere, nella pagina a fianco, è nato a Syracuse nello Stato di New York nel 1949. È divorziato dalla modella Cindy Crawford. A giugno lo vedremo nel film L'angolo rosso, denuncia del sistema giudiziario in Cina.

Ma se la richiamassero terrebbe un altro discorso del genere?

«Ci può giurare. È stato un episodio estremamente utile e positivo: ai tibetani non è sembrato vero che qualcuno parlasse del loro dramma a una platea così vasta».

Eppure, paradossalmente, sono stati i cinesi a invitarla alla loro cerimonia degli Oscar.

«E vero. Qualche mese dopo esser stato escluso dagli Oscar mi hanno chiamato dall'Istituto cinese di cinematografia per invitarmi alla cerimonia di consegna dei Galli d'oro. Sulle prime ho pensato a uno scherzo o a un goffo tentativo d'intimidazione, poi ho fatto una telefonata di controllo al Dipartimento di Stato e ho scoperto che era tutto vero. Gli ho spiegato che sarei partito soltanto se mi avessero fatto andare anche in Tibet. Dopo un certo numero di intoppi diplomatici hanno accettato, e finalmente sono salito su quell'aereo. In Cina ho tenuto qualche conferenza stampa, ripetendo le cose che ho sempre detto sul Tibet. Ho visto un po' di Cina e molto Tibet, ma non sono più stato invitato. Chissà cosa diavolo c'era sotto».

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CINEMA E MEDITAZIONE Qui  accanto, Richard Gere Il suo ultimo film uscito  nelle sale italiane è Lo sciacallo con Bruce  Willis amico personale del Dalai Lama, oltre che ma della Richard Gere Foundation» e Tibet House cli New York.

Ha mai parlato di questi argomenti con il presidente Clinton?

«Prima di essere eletto mi aveva fatto sapere che il Tibet e l'Aids, cioè i problemi che mi
stanno più a cuore, lo preoccupavano molto. La Cina, diceva, era una sua priorità assoluta. Per questo ho partecipato alla sua campagna elettorale, tenendo anche dei comizi. Ma poi è diventato presidente e, a quanto pare, non glien'è più importato molto. Neanche dell'Aids: aveva assicurato agli americani che era in cima alla sua agenda, che avrebbe promosso il "progetto Manhattan". Non ha fatto niente. Ora la mia fiducia va a Patrick Mo~, un uomo genuino che non ha paura delle battaglie difficili. E che osserva con molta attenzione la situazione tibetana».

Le hanno mai proposto di entrare in politica?

«No!» (scoppia a ridere).

Pensa che un buddista praticante potrebbe mai diventare presidente degli Stati Uniti?

«Per come vedo il mio Paese in questo momento, credo che il più adatto a di ventare presidente sia un ex-tossicodipendente, un attore o un musicista, gente che nella vita le ha provate tutte, che si è tolta tutte le voglie e che non è più soggetta alle tentazioni. Va a tinire che ci governa gente di pessimo livello».

EGLE  COPIRIGHT MOVIELINE MAGAZINE 1998.

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